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Alla faccia della ripresa. Con Draghi decolla solo il lavoro a termine

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La crescita c’è ed è forte ma dev’essere inclusiva. Mentre una crescita trainata da un lavoro che non è stabile certo non lo è. Con queste parole il presidente dell’Inps, Pasquale Tridico, aveva commentato, due mesi fa circa, il proliferare di contratti precari che gonfiano i dati della ripresa del mercato del lavoro. E oggi a distanza di due mesi la situazione non è cambiata. Report vari e rilevazioni Istat ci dicono che la ripresa c’è ma è a tempo parziale. L’ultimo campanello d’allarme lo suona l’Inapp.

Dopo oltre un anno e mezzo dall’inizio pandemia, l’Istituto nazionale per le analisi delle politiche pubbliche ci dice che nel primo semestre del 2021 l’occupazione nel nostro Paese è ripartita ma è sempre più “part time” che è il più delle volte “involontario”, non richiesto cioè dal lavoratore o dalla lavoratrice per esigenze previste dalla legge, ma proposto come condizione contrattuale di accesso al lavoro dalle imprese. A giugno di questo anno, dei 3.322.634 contratti complessivamente attivati (di cui 2.006.617 a uomini e 1.316.017 a donne), oltre un milione e 187 (il 35,7%) sono part time.

SENZA RITEGNO. Sempre Tridico cercando di spiegare il boom dei contratti precari aveva puntato il dito sulla sospensione del Decreto dignità fino al settembre 2022 decisa dal Governo dei Migliori. Quel decreto è stato scardinato, per la gioia di Confindustria, con un emendamento al Decreto Sostegni bis del luglio scorso. Che ha smantellato il provvedimento approvato dal Conte I e che come rivendicato dall’allora ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico Luigi Di Maio (nella foto) “licenziava il Jobs Act”.

E che aveva avuto il merito di porre un freno al moltiplicarsi di contratti precari. Il Sostegni bis consente di prorogare i rapporti a termine senza indicare causali. E, fino al 30 settembre 2022, di stipulare nuovi contratti a tempo determinato di durata superiore a 12 mesi anche con lavoratori che la stessa azienda abbia già impiegato a termine per due anni.

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Il decreto Dignità stabiliva invece che i contratti a termine potessero durare massimo 12 mesi. Poi, per essere rinnovati, bisognava indicare una causale specifica. E anche in quel caso si potevano prorogare al massimo altri 12 mesi. E gli effetti di questa cura anti-dignità di Draghi si vedono tutti negli ultimi dati istat.

I NUMERI. A settembre il mercato del lavoro ha rialzato la testa ma sono tuttavia i lavoratori con contratto a tempo determinato quelli che aumentano di più: +97mila (+3,3%) mentre si registrano 11mila (-0,1%) dipendenti permanenti in meno, rispetto al mese precedente. Nell’arco dei dodici mesi il boom dei dipendenti a termine risulta ancora più evidente: +353mila (ovvero +13,2%) a fronte di un aumento degli ‘stabili’ pari a 69mila (+0,5%). Sempre in calo, invece, gli autonomi: -28mila (-0,6%) sul mese e -150mila (-3%) sull’anno.

“La ripresa dell’occupazione in Italia rischia di non essere strutturale perché sta puntando troppo sulla riduzione dei costi tramite la riduzione delle ore lavorate”, ha spiegato Sebastiano Fadda, presidente di Inapp. Part time e precarietà, peraltro, non sono ridotte dalla presenza di un incentivo alle assunzioni. Nel I semestre dell’anno le assunzioni con diverso tipo di agevolazione, dice l’Inapp, sono state complessivamente 780.128, corrispondenti al 23,5% del totale delle assunzioni. E si ripropone il noto squilibrio di genere: il part time si abbatte soprattutto sulle donne. Delle 291.548 assunzioni agevolate di donne, quasi il 60% sono state a part time. Delle 488.580 assunzioni agevolate di uomini è a part time solo il 32,5%.

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